Il capobanda
Nacque in una famiglia di braccianti e finì i suoi giorni
in una cella dell’Elba. In mezzo, quattro anni in cui il suo nome bastava a far chiudere
le porte in mezza Basilicata. La storia di Carmine Crocco, senza né condanne né aureole.
Un ragazzo di Rionero
Carmine Crocco Donatelli nasce a Rionero in Vulture nel 1830, in una
famiglia di braccianti. È l’Italia che non esiste ancora: c’è il Regno delle Due Sicilie,
e in Basilicata la terra appartiene a pochi mentre la fame appartiene a molti.
Sulla sua giovinezza le fonti si dividono, e conviene dirlo subito. Lui stesso, nelle
memorie dettate in carcere decenni dopo, racconta un torto subito dalla famiglia — una
sorella insidiata, il padre che reagisce e finisce in prigione. Quanto ci sia di vero e
quanto di costruzione a posteriori non lo sappiamo. Sappiamo però che è una storia
raccontata da migliaia di braccianti meridionali, e che tanto basta a spiegare perché
attecchì.
La diserzione
Arruolato nell’esercito borbonico, Crocco diserta. Da quel momento la sua vita si
gioca fuori dalla legge: latitanza, macchia, i boschi del Vulture che conosce meglio di
chiunque lo cerchi.
Nel 1860, quando arrivano i garibaldini, Crocco si schiera con loro. Non per ideale:
per l’amnistia che spera di ottenere. Non arriva. È il momento che decide tutto il
resto — l’uomo che aveva scommesso sull’Italia nuova si ritrova, pochi mesi dopo, a
combatterla.
Chi restava imbracciava un fucile, chi partiva prendeva un
piroscafo. La ragione era la stessa.
Gli anni della banda
Fra il 1861 e il 1864 Crocco comanda la formazione più numerosa del brigantaggio
postunitario. Sul numero dei suoi uomini le cifre ballano parecchio — le cronache
dell’epoca tendevano a gonfiarle, per giustificare la durezza della repressione — ma
parliamo di centinaia di uomini, capaci di muoversi fra il Vulture e le Murge e di
tenere in scacco reparti regolari.
Non è una guerriglia romantica. Ci sono assalti, rappresaglie, paesi occupati e
vendette. E c’è, dall’altra parte, una repressione che con la legge Pica del
1863 sospende le garanzie ordinarie e tratta come brigante chiunque si trovi dalla parte
sbagliata di una fucilata.
L’incontro con Borjes
Nell’autunno del 1861 arriva dalla Spagna il generale José Borjes,
mandato dai Borbone in esilio a dare forma militare alla rivolta. L’incontro con Crocco
è il punto in cui due mondi si guardano e non si capiscono: l’ufficiale di carriera che
vuole un esercito, il capobanda che sa che i suoi uomini combattono per fame e vendetta,
non per un re lontano.
La rottura è rapida. Borjes prosegue da solo verso lo Stato Pontificio e viene
catturato e fucilato a Tagliacozzo. È una delle scene che si rivivono lungo il percorso
della Parata.
La fine
Crocco ripara nello Stato Pontificio, dove viene arrestato e detenuto. Consegnato
all’Italia dopo il 1870, è processato e condannato a morte; la pena viene commutata nei
lavori forzati a vita. Muore nel 1905 nel bagno penale di Portoferraio,
all’Elba, dopo aver dettato le sue memorie.
Sono passati quarant’anni da quando il suo nome faceva paura. Fuori, intanto, i figli
di quelli che lo avevano seguito prendevano il piroscafo per l’America.
Criminale o ribelle?
È la domanda che accompagna Crocco da un secolo e mezzo, e non ha una risposta sola.
Per lo Stato unitario fu un criminale, e i suoi delitti sono documentati. Per la
tradizione popolare lucana fu l’ultimo che provò a opporsi a un ordine che stava
spolpando il Sud. Le due letture convivono nella stessa terra, spesso nella stessa
famiglia.
Raccontarlo per intero — senza farne un eroe e senza ridurlo a una scheda giudiziaria —
è precisamente il senso di Briganti o Migranti.
Vederlo con i propri occhi
Nella Parata dei Briganti, il 28, 29 e 30 agosto 2026, attori e
figuranti in costume rimettono in scena questi episodi nei vicoli del Rione Costa.
Ingresso gratuito, posti limitati.
Le vicende qui riassunte sono ricostruite dalle memorie dello
stesso Crocco e dalla storiografia sul brigantaggio postunitario. Dove le fonti
divergono — in particolare sugli episodi giovanili e sulla consistenza numerica della
banda — il testo lo segnala.


